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Le malattie cardiovascolari rappresentano ancora la principale causa di morte nel nostro paese, essendo responsabili del 44% di tutti i decessi. In particolare la cardiopatia ischemica è la prima causa di morte in Italia, rendendo conto del 28% di tutte le morti, mentre gli accidenti cerebrovascolari sono al terzo posto con il 13%, dopo i tumori.

Chi sopravvive a un attacco cardiaco diventa un malato cronico. La malattia modifica la qualità della vita e comporta notevoli costi economici per la società. In Italia la prevalenza di cittadini affetti da invalidità cardiovascolare è pari al 4,4 per mille (dati Istat). Il 23,5% della spesa farmaceutica italiana (pari all’1,34 del prodotto interno lordo), è destinata a farmaci per il sistema cardiovascolare (Relazione sullo stato di salute del Paese, 2000).

Nel 2015 le cause di morte più diffuse sono ancora le malattie del sistema circolatorio e i tumori che insieme sono responsabili del 65 per cento dei decessi dell’anno. Distinguendo per genere si evidenzia che il quoziente di mortalità per le malattie del sistema circolatorio degli uomini (436,1 per 100 mila abitanti) è del 24 per cento superiore a quello delle donne (350,3 per 100 mila), mentre per i tumori il livello di mortalità è maggiore nelle donne (337,3 contro il 254,2 degli uomini).

Sappiamo ormai tutti che lo stile di vita (attività fisica, abitudine al fumo, alimentazione, consumo di alcol) influenza moltissimo lo stato di salute e, nel caso specifico, il rischio cardiovascolare per il quale ipertensione, sovrappeso od obesità, abitudine al fumo, diabete ed elevati livelli lipidici sono sicuramente considerati dei fattori di rischio

La prevenzione cardiovascolare (CV) viene definita come una serie di azioni coordinate intraprese a livello di popolazione e individuale, volte ad eliminare o ridurre al minimo l’impatto delle malattie cardiovascolari (MCV) e delle relative disabilità.

L’eliminazione dei comportamenti che mettono a rischio la salute consentirebbe di prevenire almeno l’80% delle MCV e persino il 40% dei tumori

Approfondendo l’argomento “grassi nella dieta” leggiamo nelle Linee guida europee 2016 sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari che l’introito di acidi grassi saturi deve essere ridotto ad un massimo del 10% dell’apporto energetico ed il rischio di cardiopatie coronariche diminuisce del 2-3% quando l’1% dell’introito energetico di acidi grassi saturi viene sostituito con gli acidi grassi polinsaturi.                                                                                                    Gli acidi grassi monoinsaturi invece (quelli dell’olio extravergine di oliva per intenderci) esercitano effetti positivi sui livelli di colesterolo HDL (quello conosciuto come “buono”) quando introdotti nella dieta in sostituzione degli acidi grassi saturi o dei carboidrati

Gli acidi grassi trans, categoria di acidi grassi insaturi che si formano durante processi di lavorazione industriale (idrogenazione) e che sono contenuti ad esempio nella margarina e nei prodotti industriali in genere, esercitano effetti particolarmente nocivi in termini di aumento del colesterolo totale e diminuzione del colesterolo HDL.

Alcuni studi evidenziano come un introito di acidi grassi trans superiore al 2% dell’apporto energetico comporta un aumento del rischio di cardiopatia coronarica del 23% ed è raccomandato limitare l’introduzione di acidi grassi trans a meno dell’1% dell’apporto energetico totale, tenendo conto che minore è l’introito maggiori saranno i vantaggi in termine di salute generale

Teniamo presente che l’impatto dell’introito di colesterolo nella dieta sui livelli sierici di colesterolo è marginale rispetto a quello degli acidi grassi.

Bisogna anche tener conto del fatto che quando vengono osservate le raccomandazioni delle linee guida europee che prevedono una diminuzione dell’introito di grassi saturi, generalmente questo si accompagna anche ad una riduzione dell’apporto di colesterolo nella dieta. Pertanto alcune linee guida per una sana alimentazione non forniscono delle indicazioni precise sull’introito di colesterolo nella dieta mentre in altri casi (ad esempio nei LARN 2014) viene raccomandato di limitare l’apporto a meno di 300 mg/die

Tornando agli acidi grassi polinsaturi, sappiamo che sono divisi in due grandi famiglie: quella degli omega 6 e quella degli omega 3 e che cambiamenti nella dieta negli ultimi decenni mostrano notevoli aumenti del rapporto omega 6: omega 3 (tra 10:1 e 20:1), in concomitanza all’aumento di molte malattie a base infiammatoria cronica come la malattia del fegato grasso non alcolico, le malattie cardiovascolari, l’obesità, le malattie infiammatorie intestinali (IBD), l’artrite reumatoide, il morbo di Alzheimer ed altre malattie neurodegenerative e psichiatriche come la depressione e non ultimo il cancro.

La variazione del rapporto e l’aumento del consumo di omega 6 cambiano la produzione di importanti mediatori e regolatori dell’infiammazione e delle risposte immunitarie verso un profilo proinfiammatorio predisponendo ed esacerbando molte malattie infiammatorie croniche come quelle sopra nominate

Ovviamente non daremo la colpa solo allo squilibrio nella composizione dei grassi che mangiamo, ma sicuramente diminuire il rapporto omega 6 : omega 3 nella dieta occidentale avrebbe un effetto positivo sull’incidenza delle malattie infiammatorie croniche: tale rapporto dovrebbe aggirarsi al massimo intorno a 4:1

Molti studi riportano l’associazione dei contenuti di acidi grassi nel sangue o nella membrana eritrocitaria con l’assunzione di acidi grassi nella dieta e con il rischio cardiovascolare, ma non è sempre chiaro o universalmente riconosciuto il ruolo degli omega 3 in quanto esistono diversi studi con risultati contraddittori probabilmente anche a causa di problemi di biodisponibilità degli integratori utilizzati e di progettazioni degli studi stessi

Tra i numerosi studi che confermano l’importanza ed il ruolo degli omega 3 per la prevenzione di numerose patologie e come sostegno alle cure recentemente (luglio 2018) ne è stato pubblicato uno che rientra nel Framingham Heart Study  (importante studio epidemiologico per coorte, condotto dal 1948 nella cittadina statunitense di Framingham con l’obiettivo di stimare il rischio delle patologie cardiovascolari) che conferma il fatto che i livelli di acidi grassi omega-3 a catena lunga degli eritrociti (globuli rossi) espressi da quello che viene chiamato l’omega-3 index siano inversamente associati alla mortalità e all’incidenza delle malattie cardiovascolari

Come possiamo fare per verificare il nostro livello di omega 3 e degli altri acidi grassi?

I livelli dei due principali omega-3, l’EPA e il DHA, nel sangue riflettono l’apporto di acidi grassi insaturi ingeriti con gli alimenti ed eventualmente quello degli integratori e la loro concentrazione può essere efficacemente misurata proprio dall’Omega-3 Index attraverso un test di lipidomica che studiando la composizione dei lipidi (grassi) della membrana del globulo rosso ci dà informazioni sulla nutrizione e sul metabolismo dell’individuo, che possono essere utilizzate nella pratica clinica per la prevenzione e per impostare un corretto supporto nutrizionale alla terapia farmacologica.

La composizione degli acidi grassi di membrana dei globuli rossi rappresenta un marker estremamente prezioso e riconosciuto, divenendo uno strumento indispensabile per impostare una strategia precisa sia in ottica correttiva che preventiva.

Se vuoi conoscere i test di lipidomica disponibili per verificare il tuo stato nutrizionale per quello che riguarda i grassi vai alla voce Lipidomica, all’interno della voce Nutrizionista

BIBLIOGRAFIA

1.Health Examination Survey 2018-2019 del Progetto CUORE

2.Linee guida europee 2016 sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari nella pratica clinica

3.https://it.wikipedia.org/wiki/Framingham_Heart_Study

4. Nutrients. 2014 Feb; 6(2): 799–814. Published online 2014 Feb 21. doi: 10.3390/nu6020799 Omega-3 Index and Cardiovascular Health. Clemens von Schacky

5.Current Cardiology Reports 12(6):503-8 · November 2010 DOI: 10.1007/s11886-010-0141-6 · The Omega-3 Index: Clinical Utility for Therapeutic Intervention. William S Harris

6. J Clin Lipidol. 2018 May-Jun; 12(3): 718–727.e6. Published online 2018 Mar 2. doi: 10.1016/j.jacl.2018.02.010 Erythrocyte long-chain omega-3 fatty acid levels are inversely associated with mortality and with incident cardiovascular disease: The Framingham Heart Study. William S. Harris,  Nathan L. Tintle, Mark R. Etherton and Ramachandran S. Vasan

Ott 18 2019 Michela Troiani

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